Perchè i medicinali solo in farmacia?
Perchè la salute del cittadino, tutelata da un professionista sanitario, deve venire prima di tutto

perchè gli aspetti commerciali non devono prevalere su quelli professionali
perchè il consumismo dei medicinali non deve essere incoraggiato.
Perchè il servizio farmaceutico deve essere capillare e
il diritto alla salute non deve essere discriminato.

e... Ce lo dice anche il Consiglio di Stato.


L’art. 122 del T.U. delle leggi sanitarie (R.D. 27 luglio 1934, n. 1265) recita:
«La vendita al pubblico di medicinali a dose o forma di medicamento non è permessa che ai farmacisti e deve essere effettuata nella farmacia sotto la responsabilità del titolare della medesima». Tale disposizione si collega, tra l’altro, ad un complesso sistema di autorizzazioni all’apertura di farmacie ed al relativo esercizio (art. 3 L. 8 novembre 1991, n. 362), nascente dal fatto che si tratta da un lato di assicurare al pubblico un certo servizio e, dall’altro, di garantire che il commercio di determinate sostanze si svolga sotto il pubblico controllo.
Chi sostiene la possibilità che la vendita di taluni farmaci, anche soltanto quelli non soggetti a prescrizione medica o di automedicazione, possa essere effettuata al di fuori della farmacia, tende a porre in rilievo uno solo degli aspetti propri dell’esercizio della farmacia, e cioè quello connesso all’esercizio dell’impresa commerciale e trascura di considerare gli altri aspetti.
L’interesse pubblico a che la somministrazione al pubblico di determinate sostanze avvenga solo a certe condizioni dà luogo, invece, ad una riserva assoluta della dispensazione dei medicinali al pubblico in favore del farmacista in farmacia (Cons. Stato, Sez. IV, 26 ottobre 1986, n. 688).
Infatti, anche per i medicinali non soggetti a prescrizione medica, l’art. 3 D.Lgs. 30 dicembre 1992, n. 539, stabilisce espressamente, al comma 1:”I medicinali non soggetti a prescrizione medica di cui all’art. 2. lett. a), sono i medicinali che non rispondono ai criteri indicati degli art. 4, 5, 6, 7, 8, 9 e 10. Nell’ambito di questi si definiscono medicinali da banco o di automedicazione i medicinali che, per la loro composizione e il loro obiettivo terapeutico, sono concepiti e realizzati per essere utilizzati senza intervento di un medico per la diagnosi, la prescrizione o la sorveglianza nel corso del trattamento e, se necessario, con il consiglio del farmacista» e al comma 2: «Il farmacista può dare consigli al cliente, in farmacia, sui medicinali di cui al comma 1...».
Per quanto riguarda, poi, i medicinali veterinari quali definiti dall’art, 1 D.Lgs. 27 gennaio 1992. n. 119, va rilevato come l’art. 32 dello stesso Decreto legislativo stabilisce che «la vendita al dettaglio di medicinali veterinari è effettuata soltanto da farmacisti in farmacia dietro presentazione di ricetta ove prescritta...»: e ciò in relazione alla necessità di attuare un sistema capillare di controllo sulla vendita e sull’uso delle sostanze contenute in detti medicinali. Tale disciplina si estende, in forza del D.Lgs. 17 marzo 1995. n. 110, ai medicinali omeopatici veterinari.
Il D.Lgs. 17 marzo 1995. n. 185, attua la direttiva 92/73/CEE in materia di medicinali omeopatici, stabilendo che essi o sono preparati in farmacia o, se messi in commercio già confezionati sono soggetti al regime proprio delle specialità medicinali (art. 1. comrna 5).
Inoltre l’art. 1 D.Lgs. 19 maggio 1991. n. 178, definisce «medicinale ogni sostanza o composizione presentata come avente proprietà curative o profilattiche delle malattie umane o animali, nonché ogni sostanza o composizione da somministrare all’uomo o all’animale allo scopo di stabilire una diagnosi medica o di ripristinare, correggere o modificare funzioni organiche dell’uomo o dell’ animale».
Ora, la necessaria osservanza  della normativa surriferita prescinde dal fatto che il medicinale si tratti di un medicinale senza obbligo di prescrizione o possa essere usufruito in regime convenzionato con il Servizio sanitario nazionale, ma si collega appunto al particolare sistema di controlli, che sovrintendono alla produzione, distribuzione, somministrazione e vendita al pubblico dei prodotti medicinali. Ed è, appunto, tale sistema di controlli necessario a tutela della sanità pubblica, ad escludere dall’applicazione del D.Lgs. 31 marzo 1998. n. 114 (il cosiddetto Decreto Bersani, che disciplina in senso liberale il settore del commercio), la farmacia (art. 4, c. 2) e a far ritenere che l’esercizio di una farmacia non sia in toto assimilabile alle altre attività commerciali.
Coloro che intendono contestare l’intero sistema di distribuzione e di somministrazione al pubblico di farmaci e più in generale, di medicinali, sollevano la questione di incostituzionalità  in relazione al principio di uguaglianza (art. 3), all’affermazione del diritto al lavoro (art. 4), alla libertà di iniziativa economica.
Ma la questione di incostituzionalità appare manifestatamente infondata, innanzitutto perché i richiamati principi costituzionali esprimono valori che devono trovare adeguato bilanciamento con il valore della salute pubblica, tutelato dall’art. 32 Cost., ed in secondo luogo, perché la stessa Corte costituzionale ha più volte scrutinato la normativa che disciplina la distribuzione e la vendita dei medicinali senza rilevare profili d’incostituzionalità.
(dal Parere n. 2016 del 29-10-02 del Consiglio di Stato, sezione III).
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