massime 
Corte di Cassazione
Sez. L, Sentenza n. 18497 del 4 luglio 2008
Presidente: De Luca M.  Estensore: Nobile V.  Relatore: Nobile V.  P.M. Patrone I. (Diff.)
La Ruffa (Pellettieri) contro Atac Spa (Flamment)
(Sentenza impugnata: App. Roma, 9 giugno 2005)

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE LAVORO
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. DE LUCA Michele - Presidente -
Dott. MONACI Stefano - Consigliere -
Dott. DE RENZIS Alessandro - Consigliere -
Dott. MAMMONE Giovanni - Consigliere -
Dott. NOBILE Vittorio - rel. Consigliere -
ha pronunciato la seguente:

SENTENZA
sul ricorso proposto da:

LA RUFFA LUCIANO, elettivamente domiciliato in ROMA VIA MARIA ADELAIDE 12, presso lo studio dell'avvocato PELLETTIERI GIOVANNI, che lo rappresenta e difende, giusta delega in atti;
- ricorrente -
contro
A.T.A.C. S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA VIALE DELLE MURA PORTUENSI 33, presso lo studio dell'avvocato FLAMMENT SIMONA, che la rappresenta e difende, giusta delega in atti;
- controricorrente -
avverso la sentenza n. 7681/04 della Corte d'Appello di ROMA, depositata il 09/06/05 R.G.N. 1804/03;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 15/05/08 dal Consigliere Dott. NOBILE Vittorio;
udito l'Avvocato PELLETTIERI Giovanni;
udito l'Avvocato FLAMMENT Simona;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. PATRONE Ignazio, che ha concluso per l'accoglimento del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza del 3/10/2002 il Giudice del lavoro del Tribunale di Roma, in accoglimento del ricorso proposto da Luciano La Ruffa nei confronti della s.p.a. ATAC, dichiarava la nullità dell'esonero anticipato del 1/12/1992 disposto dalla azienda L. 12 luglio 1988, n. 270, ex art. 3, comma 1, e condannava la società a pagare al ricorrente la somma di Euro 45.307,21, a titolo di risarcimento del danno, oltre le spese.
Avverso la detta sentenza proponeva appello l'ATAC e il La Ruffa resisteva al gravame.
La Corte d'Appello di Roma, con sentenza depositata il 9/6/2005, in riforma della sentenza di primo grado respingeva la domanda del La Ruffa e compensava le spese del doppio grado.
In sintesi la Corte territoriale, premesso che alcun effetto di giudicato poteva essere individuato nell'accertamento della pronuncia del Pretore di Roma del 25/6/1990 (stante la riforma in appello e la reiezione del ricorso in cassazione proposto dal La Ruffa avverso la sentenza di secondo grado), e che comunque risultava pacifica, in quanto ammessa dalla stessa appellante, la circostanza che il La Ruffa nel periodo 5/7/88 - 14/4/89 aveva espletato mansioni di capolinea, comprese nello stesso settimo livello di inquadramento di quelle di conducente di linea, in relazione alle quali era stato dichiarato inidoneo nel 1981, alla luce delle sentenze della Corte Costituzionale n. 60 del 1991 e n. 318 del 1993, affermava che nel caso in esame non ricorreva "la circostanza dell'attualità, riferita al momento del disposto esonero alla data del 1 dicembre 1992". Secondo la Corte di merito "l'espletamento delle mansioni equivalenti per un periodo quanto mai limitato e ben risalente, oltre tre anni prima del disposto esonero," escludeva "che l'appellato fosse stato ritenuto capace di svolgere permanentemente mansioni equivalenti." Mancava, cioè, "nella vicenda del La Ruffa, quel pieno reinserimento nella vita dell'azienda a livelli equivalenti o superiori, rispetto alle mansioni antecedentemente espletate, valutato dalla Corte Costituzionale quale necessario presupposto per ritenere costituzionalmente illegittima la L. n. 270 del 1988". Nè tale circostanza era "stata mai dedotta dall'appellato come effetto di un preciso intento discriminatorio nei confronti dello stesso, da parte della datrice di lavoro, tale cioè da volerlo intenzionalmente dequalificare al fine di disporne l'esonero ai sensi della cit. L. n. 270 del 1988".
Per la cassazione della detta sentenza ha proposto ricorso il La Ruffa con un unico complesso motivo.
L'ATAC ha resistito con controricorso.
Il La Ruffa ha depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con l'unico complesso motivo, denunciando violazione e falsa applicazione della L. n. 270 del 1988, art. 3, con riferimento anche alle decisioni della Corte Costituzionale n. 60/91 e 318/93, e dell'art. 2697 c.c., art. 416 c.p.c., R.D. n. 148 del 1931, art. 27, lett. b) all. a), nonché vizio di motivazione, premesso che nella specie non è contestato lo svolgimento delle mansioni di capolinea, comprese nel 7^ livello, il La Ruffa deduce la irrazionalità della interpretazione dell'art. 3 citato accolta dalla Corte di merito, che finirebbe con il subordinare la tutela del diritto del lavoratore "non già al "dato oggettivo" del recupero dell'idoneità lavorativa, ma ad un dato "soggettivo", quello temporale, governato esclusivamente e discrezionalmente dall'azienda", con conseguenti ulteriori problemi di illegittimità costituzionale (in relazione agli artt. 3, 4, 36, 38 e 41 Cost.).
Lamenta inoltre il ricorrente che, essendo egli idoneo a svolgere le mansioni di capolinea, "era, semmai, onere dell'azienda, di fronte alla rivendicata capacità di svolgere dette mansioni, provare che quella capacità era venuta meno, si da richiedere una diversa ed inferiore assegnazione", ma "nessuna prova è stata addotta dall'azienda" ed aggiunge che "se il lavoratore divenuto fisicamente inidoneo viene assegnato a mansioni inferiori, il datore di lavoro deve provare di non avere potuto evitare la dequalificazione: tanto più quando quest'ultima porta seco l'automatica perdita del posto di lavoro".
Al riguardo il ricorrente formula, infine, ben quattro quesiti. Orbene, premesso che la Corte non è vincolata ai detti quesiti (espressi in modo multiplo e non idoneo a circoscrivere la decisione nei limiti di un accoglimento o di un rigetto del quesito stesso, in un ricorso, peraltro, al quale neppure è applicabile il nuovo rito ex D.Lgs. n. 40 del 2006 - essendo la sentenza impugnata del 9/6/2005), osserva il Collegio che il motivo risulta infondato. Come ripetutamente affermato da questa Corte "ai sensi della L. 12 luglio 1988, n. 270, art. 3, (nel testo risultante dalla dichiarazione di parziale incostituzionalità resa dalla Corte Cost. con sentenza n. 60 del 1991 e di quella interpretativa n. 179 del 1993) il potere risolutorio dell'azienda di pubblico trasporto non è esercitatile nei confronti di un lavoratore dichiarato inidoneo (entro il 20 giugno 1986) alle mansioni proprie della qualifica di provenienza ma successivamente adibito a mansioni equivalenti o superiori e di chi abbia recuperato l'originaria capacità, di lavoro, mentre può essere legittimamente esercitato nei confronti di un lavoratore che, dichiarato inidoneo alle mansioni della qualifica di provenienza, sia stato adibito a mansioni inferiori" (v. Cass. 23/5/2006 n. 12096, Cass. 14/12/2000 n. 15772, Cass. 11/12/2000 n. 15559, Cass. 25/7/2000 n. 9763, Cass. 18/2/1997 n. 1474, Cass. 17/3/1993, n. 3141, Cass. 18/1/1993 n. 564).
In particolare sul recupero della originaria capacità di lavoro e sulla attualità dello stesso, espressamente Corte Cost. n. 60 del 1991 afferma: "Se infatti il criterio ispiratore della norma è anche quello di evitare che le aziende siano gravate da costi ingiustificati perché non corrispondenti alle prestazioni attualmente rese dal lavoratore, e anche a queste ultime che occorre guardare per valutare se il prepensionamento obbligatorio sia giustificato o arbitrario.
Non si può allora non ritenere illegittima la norma impugnata nella parte in cui non esclude dal pensionamento obbligatorio i lavoratori che svolgono mansioni equivalenti o superiori a quelle precedentemente rivestite e in relazione alle quali sono stati dichiarati inidonei. L'espletamento attuale di tali mansioni sta infatti a significare che i lavoratori ex inidonei, sono pienamente utilizzati e ritenuti del tutto capaci di svolgere mansioni quanto meno dello stesso livello delle precedenti: sì che il costo del loro lavoro non è più sperequato o non è più sperequato al punto di legittimare la loro estromissione dal "azienda per compiere un alleggerimento di costi eccessivi. Se il problema sottostante alla norma è la espulsione di lavoratori inutili o inutilizzati addetti a mansioni di scarso rilievo, a funzioni ausiliarie o di attesa, è irragionevolmente discriminatorio licenziare personale che, reagendo alla sopravvenuta perdita d'idoneità, si è riqualificato, reinserendosi pienamente ed in modo attivo nella vita della azienda a livelli equivalenti o superiori rispetto alle mansioni prima espletate".
L'espletamento delle mansioni quanto meno equivalenti deve essere, quindi, attuale, così come attuale deve essere il pieno reinserimento nella azienda a livelli almeno equivalenti. Tale attualità, poi, è confermata anche da C. Cost. n. 318 del 1993, la quale, tra l'altro, afferma che "in assenza di elementi normativi che inducano ad una soluzione diversa, vale la regola generale, secondo cui le condizioni di legittimità del recesso debbono sussistere al momento in cui esso è disposto " (sul riferimento al momento dell'esonero vedi anche espressamente Cass. 3/8/2001 n. 10766).
La interpretazione accolta dalla Corte di merito risulta quindi conforme ai detti principi ed è altresì adeguatamente motivata anche la applicazione alla fattispecie concreta, essendo stata accertata, in sostanza, nel caso concreto la mancanza sia della attualità del recupero sia del pieno reinserimento nella vita dell'azienda a livelli quanto meno equivalenti ("L'espletamento delle mansioni equivalenti per un periodo quanto mai limitato e ben risalente, oltre tre anni prima del disposto esonero, esclude che l'appellato fosse stato ritenuto capace di svolgere permanentemente mansioni equivalenti ").
Infondato, risulta, pertanto, anche il presupposto stesso delle censure di parte ricorrente, che, in sostanza, sul pregresso, limitato e risalente svolgimento di mansioni equivalenti pretende di fondare una piena idoneità alle stesse riferita all'epoca dell'esonero.
Alla luce, infine, del chiaro dettato della Corte Costituzionale, e fatta salva la tutela dei lavoratori contro eventuali comportamenti datoriali discriminatori o pretestuosi (nella specie giammai dedotti dal La Ruffa, come ha rilevato la Corte di merito), manifestamente infondati risultano i dubbi sollevati sulla legittimità costituzionale della Interpretazione accolta, che si basa sul recupero concreto e sul reinserimento effettivo, oltre che attuale, tali da giustificare la esclusione dall'esonero.
Il ricorso va pertanto respinto.
In ultimo ricorrono giusti motivi, in considerazione dell'esito alterno dei giudizi di merito, per compensare le spese tra le parti.

 P.Q.M.

La Corte:
Rigetta il ricorso e compensa le spese.
Così deciso in Roma, il 15 maggio 2008. Depositato in Cancelleria il 4 luglio 2008


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