massime 
Corte di Cassazione
Sez. L, Sentenza n. 20085 del 21 luglio 2008
Presidente: Mattone S.  Estensore: Nobile V.  Relatore: Nobile V.  P.M. Lo Voi F. (Diff.)
Cotral Spa contro Delle Donne ed altri (Pellettieri)
(Sentenza impugnata: Trib. Roma, 26 maggio 2004)

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE LAVORO
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. MATTONE Sergio - Presidente -
Dott. DI NUBILA Vincenzo - Consigliere -
Dott. DE MATTEIS Aldo - Consigliere -
Dott. IANNELLO Antonio - Consigliere -
Dott. NOBILE Vittorio - rel. Consigliere -
ha pronunciato la seguente:

SENTENZA
sul ricorso proposto da:

CO.TRA.L. S.P.A., - COMPAGNIA TRASPORTI LAZIALI SOCIETÀ REGIONALE S.P.A. (già LI.LA. S.p.A.) in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA VIA L.G. FARAVELLI 22, presso lo studio dell'avvocato MORRICO ENZO, che la rappresenta e difende, giusta delega in atti;
- ricorrente -
contro
DELLE DONNE GIANCARLO, elettivamente domiciliato in ROMA VIA MARIA ADELAIDE 12, presso lo studio dell'avvocato PELLETTIERI GIOVANNI, che lo rappresenta e difende, giusta delega in atti;
- controricorrente -
e contro
MET.RO. S.p.A - già METROFERRO S.p.A.;
- intimata -
avverso la sentenza n. 15393/04 del Tribunale di ROMA, depositata il 26/05/04 R.G.N. 4182/99;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 22/05/08 dal Consigliere Dott. Vittorio NOBILE;
udito l'Avvocato ROMEI per delega MORRICO;
udito l'Avvocato PELLETTIERI;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. LO VOI Francesco che ha concluso per l'accoglimento del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso al Pretore di Roma del 3-4-96 Giancarlo Delle Donne, dipendente del CO.TRA.L. dal 1961 con la qualifica di bigliettaio di 8 livello, dichiarato inidoneo allo svolgimento delle mansioni proprie della qualifica e destinato a mansioni di minore aggravio fisico, esponeva che dal 1981 aveva svolto mansioni impiegatizie (consistenti in registrazioni di dati relativi al personale e compilazione di rendiconti mensili utili per la formazione delle buste paga, nonché tenuta di un registro per l'accertamento del rispetto di normative comunitarie) e che l'azienda aveva disposto il suo esonero dal servizio dal 1-7-89 L. n. 270 del 1988, ex art. 3. Tanto premesso invocata la sentenza della Corte Costituzionale n. 60/91 il Delle Donne chiese che, accertata la nullità dell'esonero fosse condannata l'azienda al pagamento della somma di L. 49.133.898 a titolo di risarcimento dei danni conseguenti alla risoluzione del rapporto, pari alla differenza tra le retribuzioni che avrebbe continuato a ricevere ed il trattamento pensionistico di fatto ricevuto.
Si costituì il CO.TRA.L. eccependo preliminarmente la prescrizione di ogni pretesa nonché la inammissibilità della domanda per mancata impugnazione del provvedimento di esonero e chiedendo, comunque, il rigetto della domanda.
Il Pretore, con sentenza n. 4864/1998, ritenuta infondata l'eccezione di prescrizione, respingeva la domanda reputando che il tempo trascorso dalla cessazione del rapporto doveva far ritenere che il lavoratore avesse fatto acquiescenza al provvedimento di recesso. Avverso la detta sentenza, con ricorso del 4-2-99, proponeva appello il Delle Donne confutando l'argomento addotto dal primo giudice e ribadendo la sua domanda.
In contraddittorio con la COTRAL s.p.a. (già LI.LA s.p.a.) e la MET.RO s.p.a. (già Metroferro s.p.a.), derivate dalla scissione del CO.TRA.L., il Tribunale di Roma, con sentenza depositata il 26-5- 2004, in accoglimento dell'appello, ritenuta la illegittimità dell'esonero, condannava la COTRAL s.p.a., nonché in via sussidiaria ex art. 2504 decies c.c., la MET.RO s.p.a., al pagamento in favore del Delle Donne della somma di Euro 25.375,54, a titolo di risarcimento danni, per il periodo gennaio 1990/giugno 1993, oltre rivalutazione e interessi, il tutto oltre le spese del doppio grado. In sintesi il Tribunale escludeva che l'unico fatto emerso, riguardante il decorso del tempo (circa sette anni tra la cessazione del rapporto e l'inizio della azione giudiziaria) fosse tale da far concludere che il lavoratore avesse rinunciato a far valere la nullità del provvedimento di esodo ed il conseguente diritto al risarcimento del danno e rilevava che il Delle Donne aveva svolto mansioni impiegatizie d'ordine, quanto meno equivalenti a quelle di bigliettaio.
Per la cassazione di tale sentenza ha proposto ricorso la CO.TRAL s.p.a. con tre motivi.
Il Delle Donne ha resistito con controricorso.
La MET.RO s.p.a. non si è costituita.
La CO.TRAL e il Delle Donne hanno depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo la ricorrente, denunciando violazione e falsa applicazione della L. n. 270 del 1988, art. 3 e artt. 1324 e ss. c.c., e vizio di motivazione, deduce, in sostanza, che, avendo il Delle Donne atteso ben 7 anni (5 dalla emanazione della sentenza della Corte Costituzionale n. 60/1991) prima di impugnare il provvedimento di esodo agevolato adottato nei suoi confronti ed avendo egli percepito, senza riserva alcuna, sia il TFR sia la pensione con il beneficio di cui alla L. n. 270 del 1988, deve ritenersi che "il decorso del tempo e i citati comportamenti sono perfettamente idonei a configurare un comportamento di acquiescenza al provvedimento adottato".
Tanto rilevato la ricorrente lamenta che la impugnata sentenza "si pone in contrasto con i principi che devono presiedere, nel nostro ordinamento, alla interpretazione della volontà delle parti", ed in particolare alle norme di cui agli artt. 1362 e segg. c.c. "che sono per l'appunto finalizzate ad individuare la volontà delle parti del rapporto contrattuale e che devono ritenersi applicabili anche agli atti unilaterali, quale il comportamento inerte tenuto dal lavoratore, ai sensi dell'art. 1324 c.c.".
La tale quadro, considerato altresì che, in virtù del principio dell'affidamento, "i fatti devono essere interpretati secondo il significato dagli stessi desumibile dall'esterno", deduce la ricorrente che "è indubitabile che nel caso di specie il comportamento tenuto dall'odierno convenuto sia stato tale da far desumere in maniera certa la piena acquiescenza dello stesso al provvedimento di risoluzione del rapporto di lavoro". In definitiva, secondo la ricorrente, la sentenza impugnata sarebbe incorsa "nell'erronea applicazione delle regole in materia di presunzioni tralasciando, invece, l'applicazione delle norme che debbono presiedere alla interpretazione dei comportamenti delle parti".
Il motivo è infondato.
Innanzitutto, alla risoluzione del rapporto di lavoro del personale addetto a pubblici servizi di trasporto in concessione sono applicabili i principi generali in materia di nullità, attesa la specialità dello "status" di tale personale e della disciplina del relativo rapporto, non essendo applicabile il termine per l'impugnazione del licenziamento previsto a pena di decadenza dalla L. n. 604 del 1966, art. 6 (v. Cass. 15-7-2002 n. 10259, Cass. 24-12- 1997 n. 13037, Cass. 5-5-1995 n. 4904).
Come affermato da questa Corte, poi, "in tema di rinuncia ad impugnare il licenziamento, ovvero a rivendicare comunque la persistenza di un rapporto di lavoro e dei relativi diritti ed obblighi, perché sia configurabile acquiescenza, è necessario: a) la disponibilità del diritto, non potendo rinunciarsi a diritti dei quali non si può disporre; b) la piena conoscenza dell'atto o degli atti lesivi della situazione giuridica soggettiva; c) un comportamento di adesione alle altrui determinazioni e proposte che non sia equivoco; d) la spontaneità, che deve escludersi in presenza non soltanto di un atto esecutorio, ma anche della necessità di soddisfare bisogni insopprimibili ed indifferibili, ovvero di evitare pregiudizi." (v. Cass. 20-1-2005 n. 1123).
È evidente che, una volta riconosciuta la disponibilità del diritto (con riferimento, in generale, al diritto di impugnare il licenziamento v. fra le altre Cass. 3-10-2000 n. 13134), l'accertamento degli ulteriori requisiti ben può essere sorretto da una prova presuntiva, ove ne ricorrano i presupposti (art. 2729 c.c), anche se, in particolare, deve ritenersi che "la mera accettazione del trattamento di fine rapporto non integra un comportamento tacito e idoneo a configurare acquiescenza alla cessazione del rapporto" (v. da ultimo Cass. 15-2-2008 n. 3865).
Peraltro, questa Corte ha più volte precisato che "in tema di prova presuntiva, è incensurabile in sede di legittimità l'apprezzamento del giudice del merito circa la valutazione della ricorrenza dei requisiti di precisione, gravità e concordanza richiesti dalla legge per valorizzare elementi di fatto come fonti di presunzione, sempre che la motivazione adottata appaia congrua dal punto di vista logico, immune da errori di diritto e rispettosa dei principi che regolano la prova per presunzioni" (Cass. 20-7-2006 n. 16728, Cass. sez. 3^ 23-1- 2006 n. 1216, Cass. sez. 1^ 19-3-2002 n. 3974).
Orbene la impugnata sentenza si è attenuta a tali principi e legittimamente e con motivazione congrua e priva di vizi logici ha applicato la norma e i principi in tema di valutazione della prova presuntiva.
Del resto, non potendo la mera inerzia equipararsi ad una dichiarazione unilaterale di volontà, è senz' altro inconferente il richiamo alle norme di interpretazione dei contratti in quanto applicabili agli atti unilaterali ex art. 1324 c.c.. Neppure, poi, potrebbe parlarsi di "rapporto esaurito" (pure invocato dalla ricorrente, richiamando Cass. 4-6-1998 n. 5500), dovendo considerarsi esauriti i rapporti, consolidatisi, rispetto ai quali si sia formato il giudicato, ovvero sia decorso il termine prescrizionale o decadenziale previsto dalla legge (cfr. Cass. sez. 3^ 19-7-2005 n. 15200, Cass. sez. 1^ 18-7-2006 n. 16450) - condizioni che non ricorrono nel caso di specie.
In particolare la sentenza impugnata, dopo aver rilevato che "nella fattispecie in esame, invero, l'unico elemento dal quale dovrebbe desumersi la avvenuta accettazione della risoluzione del rapporto è rappresentato dal lasso di tempo (circa sette anni) intercorso tra la cessazione dell'ultimo rapporto e l'inizio dell'azione giudiziaria", ha affermato che "pur potendosi ammettere che da un unico fatto noto derivi, per rapporto di inferenza probabilistica, la conoscenza del fatto da provare, nel caso in esame l'unico fatto certo, cioè il decorso del tempo, non è tale da far concludere, secondo l'id quod plerumque accidit, che il lavoratore avesse rinunciato a far valere la nullità del provvedimento di esodo ed il conseguente diritto al risarcimento del danno, ben potendo ammettersi altre e diverse spiegazioni della inerzia del lavoratore protratta per il tempo intercorso fino all'inizio del giudizio, come ad esempio un qualsivoglia impedimento o anche difficoltà del lavoratore ad intraprendere l'azione".
Pertanto, difettando la univocità e la gravità della presunzione, i giudici di appello hanno escluso che vi sia stata una acquiescenza del lavoratore.
Tale decisione di merito, congruamente motivata, resiste alla censura della ricorrente, la quale, peraltro, da un lato neppure aveva allegato ulteriori elementi di fatto rilevanti e idonei a sostenere la invocata acquiescenza da parte del Delle Donne (al di fuori di quelli scaturenti di per sè dal disposto esodo - come la mera percezione del TFR e il pensionamento -) e dall'altro, in sostanza, sottopone a questa Corte un riesame diretto della valutazione strettamente di merito ovvero una inammissibile revisione del "ragionamento decisorio" (v. Cass. 7-6-2005 n. 11789, Cass. 6-3-2006 n. 4766).

Con il secondo motivo la ricorrente denunciando violazione dell'art. 2697 c.c. e art. 115 c.p.c., e vizio di motivazione, deduce che, avendo il Delle Donne integralmente fondato la propria pretesa sul dedotto svolgimento di mansioni equivalenti a quelle per le quali era stato dichiarato inidoneo e non avendo l'attore fornito alcuna prova al riguardo nonostante l'espressa contestazione sul punto del COTRAL, erroneamente il Tribunale in sede di appello ha accolto la domanda. Il motivo è del pari infondato, non essendo incorsi i giudici di merito nei vizi denunciati e risultando la motivazione dell'impugnata sentenza congrua ed immune da vizi logici.
Sul punto, infatti, premesso che il Delle Donne, dichiarato inidoneo alle mansioni di bigliettaio di 8^ livello prima del 20-6- 1986, fu utilizzato in "mansioni ausiliarie di rimessa" (dato documentato e pacifico), rilevato che l'azienda dinanzi al Pretore ha precisato che "l'attività consisteva essenzialmente nella copiatura di dati, cioè quelli relativi alle assenze, presenze e congedi del personale e di dati riguardanti normativa CEE, rilevando quanto necessario dal cd. foglio di servizio e da appositi prestampati predisposti dall'ufficio turni", e "non ha poi contestato che compilasse anche un rendiconto mensile dei dati utili per la formazione delle buste paga", valutato, altresì, in particolare, l'inquadramento pregresso del Delle Donne alla luce della tabella di cui all'acc. naz. 13-5-87 ("bigliettaio scelto di 8" nel nuovo sistema "bigliettaio scelto ex c.c.n.l. 23-7-76 ad esaurimento" di 8 livello) e quello dell'impiegato generico di 7^ livello proprio del lavoratore "che, secondo metodi prestabiliti, espleta attività ordinarie di natura tecnica e/o amministrativa e attività di dattilografia e/ stenografia", il Tribunale ha concluso che:
"le mansioni svolte dal Delle Donne erano certamente impiegatizie d'ordine, cioè appunto consistenti in compiti amministrativi di compilazione di registri e di redazione anche di un rendiconto mensile", per cui "se anche, tuttavia si dovesse ritenere che non si trattava di mansioni di 7^ livello, quindi addirittura superiori, certamente erano mansioni equivalenti, considerato che, secondo la declaratoria generale dell'8^ livello, sono ascritti ad esso, i lavoratori "che, in base a conoscenze e preparazioni semplici, derivate da addestramento e pratica, svolgono attività per l'esecuzione di procedure operative definite, od attività di coordinamento di lavoratori ausiliari".
Tale accurata motivazione, fondata sui dati di fatto pacifici e sulla normativa di inquadramento di legge e collettiva, resiste senz'altro alla censura della società ricorrente, la quale, in sostanza, non contestando le mansioni concretamente svolte dal Delle Donne, ne ha contestato la valutazione dei giudici di merito, limitandosi a ribadire la propria valutazione riduttiva, senza peraltro neppure specificare in che cosa sia consistita la denunciata omessa ed insufficiente motivazione.

Con il terzo motivo la ricorrente, denunciando violazione e falsa applicazione dell'art. 2934 c.c., nonché omessa e insufficiente motivazione, lamenta che il Tribunale "ha totalmente omesso di affrontare l'eccezione di prescrizione delle pretese azionate dal sig. Delle Donne sollevata sia in primo che in secondo grado". hi particolare la ricorrente, premesso che "il Giudice di prime cure aveva rigettato l'eccezione di prescrizione sostenendo che non opererebbe in quanto il COTRAL avrebbe errato nel qualificarla come prescrizione quinquennale delle differenze retributive", rileva che "tale conclusione appare ingiusta poiché in contrasto con il principio per cui colui che invoca la prescrizione ha soltanto l'onere di allegare il fatto del decorso del tempo necessario a farla maturare" per cui "l'aver qualificato la prescrizione come quinquennale non è di ostacolo all'accoglimento dell'eccezione di prescrizione".
Il motivo è inammissibile per una pluralità di ragioni. In primo luogo, considerato che l'omessa pronuncia su una eccezione fatta valere dalla parte., integra una violazione dell'art. 112 c.p.c. che deve essere fatta valere esclusivamente a norma dell'art. 360 c.p.c., n. 4, è inammissibile il motivo di ricorso con il quale - come nella specie - la relativa censura sia proposta sotto il profilo della violazione di norme di diritto, ovvero come vizio della motivazione (v. fra le altre Cass. Sez. 3^ 26-1-2006 n. 1701, Cass. Sez. 3^ 4-6-2007 n. 12952).
In secondo luogo, sotto il profilo della autosufficienza del ricorso, la ricorrente avrebbe dovuto indicare con quale atto e in che termini la eccezione invocata sia stata da essa riproposta in sede di appello (circostanza, peraltro, espressamente negata dal controricorrente). In terzo luogo, peraltro, la censura - come nella specie - rivolta specificamente contro la sentenza di primo grado anziché contro quella di appello, deve considerarsi inammissibile (v. Cass. 15-3- 2006 n. 5637, Cass. 1-4-1999 n. 3134, Cass. 4-5-1998 n. 4464, Cass. 20-6-1996 n. 5714, cfr. anche Cass. Sez. 1^ 12-12-2005 n. 27391, Cass. Sez. 1^ 19-5-2006 n. 11844).

Il ricorso va pertanto respinto e la ricorrente va condannata alle spese in ragione della soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese, liquidate in Euro 10,00 oltre Euro 2.000,00 per onorari, oltre spese generali, IVA e CPA.
Così deciso in Roma, il 22 maggio 2008. Depositato in Cancelleria il 21 luglio 2008


Motore di ricerca:


Studio legale Fogliani            Studio legale De Marzi