massime 
Corte di Cassazione
Sez. 2, Sentenza n. 28236 del 26 novembre 2008
Presidente: Vella A.  Estensore: Piccialli L.  Relatore: Piccialli L.  P.M. Leccisi G. (Parz. diff.)
Provincia Venezia (Chinaglia ed altro) contro Rapposelli (Lotti)
(Sentenza impugnata: Trib. Venezia, 8 giugno 2004)

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE SECONDA
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. VELLA Antonio - Presidente -
Dott. SCHETTINO Olindo - Consigliere -
Dott. ODDO Massimo - Consigliere -
Dott. PICCIALLI Luigi - rel. Consigliere -
Dott. DE CHIARA Carlo - Consigliere -
ha pronunciato la seguente:

SENTENZA
sul ricorso 23313/2004 proposto da:

PROVINCIA VENEZIA, in persona del Presidente e legale rappresentante pro tempore ZOGGIA DAVIDE, elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE ANGELICO 103, presso lo studio dell'avvocato PALOPOLI ALFREDO, rappresentato e difeso dall'avvocato CHINAGLIA ADELCHI;
- ricorrente -
contro
RAPPOSELLI ANDREA;
- intimato -
sul ricorso 27830/2004 proposto da:
RAPPOSELLI ANDREA, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DI RIPETTA 70, presso lo studio dell'avvocato LOTTI MASSIMO, che lo rappresenta e difende unitamente all'avvocato ALBERTINI MAURO;
- ricorrente -
contro
PROVINCIA VENEZIA, in persona del Presidente e legale rappresentante pro tempore ZOGGIA DAVIDE, elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE ANGELICO 103, presso lo studio dell'avvocato PALOPOLI ALFREDO, rappresentato e difeso dall'avvocato CHINAGLIA ADELCHI;
- controricorrente -
avverso la sentenza n. 1142/2004 del TRIBUNALE di VENEZIA, depositata il 08/06/2004;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 08/10/2008 dal Consigliere Dott. PICCIALLI Luigi;
Preliminarmente la Corte riunisce i ricorsi proposti separatamente avverso la stessa sentenza;
udito l'Avvocato CHINAGLIA Adelchi, difensore del ricorrente che ha chiesto l'accoglimento del ricorso principale;
udito l'Avvocato LOTTI, difensore del resistente che ha chiesto il rigetto del ricorso principale;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. LECCISI Giampaolo, che ha concluso per l'accoglimento del ricorso principale, rigetto ricorso incidentale subordinato.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ordinanza - ingiunzione dell'11.11.02 la Provincia di Venezia irrogava ad Andrea RAPPOSELLI, nella ritenuta qualità di responsabile dell'impianto di pretrattamento e stoccaggio di rifiuti tossici della società "Servizi Costieri s.r.l." in Marghera, la sanzione amministrativa di Euro 15.493,00, per l'illecito di cui al D.P.R. n. 915 del 1982, art. 19 e L. n. 475 del 1988, art. 9 octies, sanzionato dal D.Lgs. 5 febbraio 1997, n. 22, art. 52, comma 2, per l'omessa annotazione sul registro di carico e carico di operazioni di movimentazione dei rifiuti effettuate tra il 15.5 ed il 25.5.95;il procedimento sanzionatorio era scaturito da accertamenti svolti dal Corpo Forestale dello Stato che avevano dato luogo all'instaurazione di un procedimento penale, definito con sentenza dibattimentale del Pretore di Venezia sez. dist. di Mestre, del 21.10.98, di proscioglimento del RAPPOSELLI e di altro imputato dall'addebito citato, perché depenalizzato dal D.Lgs. n. 22 del 1997, con conseguente trasmissione degli atti alla competente autorità amministrativa.
Il Rapposelli si oppose alla suddetta ingiunzione lamentando, tra l'altro e per quanto ancora rileva, l'illegittima applicazione retroattiva, in violazione della L. n. 689 del 1981, art. 1, della sanzione ad una violazione che solo dal sopravvenuto decreto legislativo del 1997 aveva assunto il carattere di illecito amministrativo di non essere responsabile, in ragione delle proprie mansioni di tecnico, dell'omissione contestatale infine le annotazioni, sebbene non ancora trascritte sul registro di carico e scarico, erano state eseguite e risultavano da fogli non vidimati, normalmente impiegati per le opportune verifiche, e dal sistema informatico utilizzato dall'azienda, come constatato dagli stessi verbalizzanti; sicché poteva, al più, configurarsi l'ipotesi del meno grave illecito, sanzionato dell'art. 52, comma 4 cit. D.Lgs., consistente nell'irregolarità nella tenuta dei registri. Si costituiva e resisteva puntualmente all'opposizione l'Amministrazione Provinciale.
Con sentenza 21.1 - 8.6.04 l'adito Tribunale di Venezia, in composizione monocratica, disatteso il primo motivo di opposizione, sul rilievo che la norma transitoria disponente la trasmissione degli atti dall'A.G. alla P.A. costituisse una deroga, giustificata dalla depenalizzazione, del principio di irretroattività di cui alla L. n. 689 del 1981, art. 1, accoglieva l'ultimo, aderendo alla tesi della mera irregolarità incorsa nella tenuta dei registri e conseguentemente annullava l'ordinanza - ingiunzione opposta, compensando tuttavia le spese del giudizio.
Avverso tale sentenza la Provincia di Venezia ha proposto ricorso per cassazione, affidato a due motivi, cui ha resistito il RAPPOSELLI con controricorso, contenente ricorso incidentale condizionato; a quest'ultimo ha replicato la ricorrente principale con controricorso.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Va preliminarmente disposta la riunione dei ricorsi, ai sensi dell'art. 335 c.p.c..
Con il primo motivo di quello principale vengono dedotte violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 22 del 1997, art. 52, comma 2, art. 4, ed illogicità della motivazione, censurandosi l'interpretazione delle citate disposizioni fornita dal giudice di merito, che non avrebbe tenuto conto della formulazione della seconda disposizione, riservante il più mite trattamento sanzionatorio ai soli tassativi casi di incompletezza formale o inesattezza delle indicazioni, quando tuttavia i dati riportati nella comunicazione al catasto rifiuti, nei registri di carico e scarico, nei formulari di identificazione dei rifiuti trasportati e nella altre scritture contabili tenute per legge, consentano di ricostruire le informazioni dovute; la natura eccezionale di tali ipotesi, rispetto a quelle generali di cui al secondo comma, non consentirebbe, in virtù del principio dettato dall'art. 14 preleggi, di ricondurvi la fattispecie, in cui le registrazione erano state del tutto omesse e le annotazioni sarebbero state ricostruibili da fonti diverse, e peraltro prive di ufficialità, rispetto a quelle menzionate.
Con il secondo e subordinato motivo vengono dedotte violazione dell'art. 112 c.p.c. e della L. n. 689 del 1981, art. 23, per avere il giudice di merito annullato del tutto l'ordinanza impugnata, mentre avrebbe dovuto, ove configurarle il meno grave illecito di cui dell'art. 52 cit. comma 4, applicare la sanzione al riguardo comminata dalla norma, come "in estremo subordine" era stato richiesto dalla opposta amministrazione nella comparsa di costituzione, avvalendosi al riguardo del potere attribuitogli dal comma 11, della citata norma speciale.
Il primo dei suesposti motivi è fondato.
Come questa Corte ha già avuto modo di stabilire (v. Cass. n. 17115/04), il D.Lgs. n. 22 del 1997, art. 52, comma 2, contempla due tipi distinti di illeciti, il primo dei quali si configura nei casi di mancata tenuta dei registi di carico e scarico dei rifiuti, mentre il secondo attiene alla violazione dell'obbligo di annotazione. Poiché la funzione dei registri è quella di consentire un controllo sulla natura e sulla quantità dei rifiuti prodotti, raccolti, trasportati o smaltitici fini di adottare le dovute cautele nelle relative operazioni, l'obbligo di annotazione non può essere adempiuto con modalità diverse da quelle della registrazione, il cui rigore formale è correlato alla sua necessità di esecuzione nei tempi prefissati dall'art. 12 col cit. D.Lgs., con riferimento alle singole categorie di operatori. Dal suddetto principio consegue che il precetto, sanzionato nella suesposta fattispecie di illecito, deve ritenersi non ottemperato nei casi in cui la movimentazione dei rifiuti risulti da fonti diverse da quelle dei prescritti registri, come nel caso di specie, nel quale, a fronte di una totale omissione della annotazione dei rifiuti speciali sui, pur istituiti, registri, si era dedotto di aver riportato i relativi dati, in attesa della registrazione, i cui termini erano tuttavia già scaduti, su informali supporti cartacei ed informatici, privi di alcuna rilevanza probatoria.
La tesi accolta dal giudice di merito, sebbene conforme a precedente pronunzia del medesimo ufficio adeguatosi ad un parere di una commissione consultiva provinciale, deve ritenersi pertanto erronea, non avendo tenuto conto che la fattispecie meno grave di illecito, descritta del citato art. 52, comma 4, (a termini della quale "se le indicazioni di cui ai commi 1 e 2 sono formalmente incomplete o inesatte ma i dati riportati nella comunicazione al catasto, nei registri di carico e scarico, nei formulari di identificazione dei rifiuti trasportati e nelle altre scritture contabili tenute per legge consentono di ricostruire le informazioni dovute..."), presuppone che comunque vi siano state le indicazioni prescritte nelle dovute sedi documentali (nella specie l'annotazione sui registri di carico e scarico), che le stesse siano tuttavia inesatte o incomplete e, nondimeno, integrabili con le altre fonti, anche ufficiali, tassativamente indicate dalla disposizione, quali non sono, nel caso di specie, i supporti informatici ed i fogli numerati esibiti agli accertatori, atti di mera rilevanza interna all'impresa. Il secondo motivo di ricorso resta conseguentemente assorbito. L'accoglimento del ricorso principale rende necessario l'esame di quello incidentale condizionato, affidato a due motivi il primo dei quali deduce violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 22 del 1997, art. 55, comma 3, ed L. n. 689 del 1981, art. 1, riproponendo la tesi dell' inapplicabilità retroattiva degli illeciti amministrativi configurati dal suddetto testo legislativo ad ipotesi di violazioni, già costituenti reato a termini della previgente normativa, tanto più nel caso di specie, in cui vi era stata una pronunzia di proscioglimento da parte del giudice penale. La censura non è meritevole di accoglimento, alla luce di una corretta interpretazione della portata delle disposizioni, segnatamente di quelle transitorie, contenute nel D.Lgs. n. 22 del 1997, che è già stata fornita dalla costante giurisprudenza di questa Corte. (v., tra le altre, Cass. n. 3979/01, 19529/03, 22116/04), affermando il principio, dal quale non vi è motivo per doversi discostare, a termini del quale in tema di disciplina dei rifiuti dei rifiuti il suindicato decreto legislativo ha mantenuto l'obbligo della tenuta del registro di carico e scarico e quello di annotarvi le informazioni sulle caratteristiche qualitative e quantitative dei rifiuti, prevedendo per le relative violazioni una sanzione amministrativa, anziché penale (come era nella previgente disciplina di cui al D.P.R. n. 915 del 1982, e D.L. n. 9 del 1988 conv. con modd. in L. n. 475 del 1988); nel contempo, l'art. 55 cit. D.Lgs., ha inteso regolare in via transitoria la successione tra le norma penale e quella configurante l'illecito amministrativo, in modo tale da evitare che condotte, tenute nel vigore della norma incriminatrice e, successivamente, depenalizzate, risultino prive di ogni sanzione; conseguentemente e legittima l'applicazione della sanzione amministrativa di cui all'art. 22 cit. D.Lgs., per la violazione degli obblighi di tenuta ed annotazione dei registri di carico e scarico dei rifiuti, anche nei casi in cui la condotta risalga ad epoca nella quale il fatto era considerato reato. Del pari infondato è il profilo di censura, secondo il quale la trasmissione degli atti, ai sensi dell'art. 55, comma 3 cit. D.Lgs., dall'A.G. alla P.A. sarebbe stata, nella specie, illegittima, avendo il giudice penale pronunziato una sentenza di proscioglimento, con conseguente insussistenza di quell'obbligo di trasmissione, espressamente escluso dalla disposizione transitoria de qua per in casi in cui detto giudice "deve pronunziare decreto di archiviazione o proscioglimento".
È agevole, al riguardo, osservare che nel caso di specie la sentenza di proscioglimento è stata pronunziata non in cospetto di una ragione assolutoria, escludente la materialità del fatto, la sua ascrivibilità all'agente o accertante l'avvenuta estinzione del reato, bensì proprio in considerazione dell'intervenuta depenalizzazione della condotta e della sua trasformazione in illecito amministrativo. Accedendo alla tesi sostenuta dal ricorrente, secondo la quale anche in siffatti casi non dovrebbe farsi luogo alla trasmissione in questione, invero, si perverrebbe, del tutto svuotando di pratico significato l'art. 55, comma 3 cit., alla conseguenza della sostanziale e definitiva impunità dei trasgressori, certamente non voluta dal legislatore, che altrimenti non avrebbe in alcun modo previsto tale obbligo di trasmissione. Trattandosi di un caso nel quale il legislatore, all'evidenza, plus dixit, quam voluti, la corretta interpretazione della disposizione non può essere quella letterale proposta nel motivo di ricorso, bensì quella restrittiva, nel senso che l'esonero del giudice penale di trasmettere, in caso di archiviazione o proscioglimento, gli atti all'autorità amministrativa competente ad irrogare le sanzioni per gli illeciti de quibus, già penali e degradati a violazioni amministrative, non opera nei casi in cui il decreto di archiviazione o la sentenza di proscioglimento siano dovuti proprio all'intervenuta depenalizzazione (in tal senso, implicitamente, v. Cass. n. 5785/03). Fondato è, invece, il secondo motivo di ricorso incidentale, con quale si lamenta carenza di motivazione su punto decisivo e violazione della L. n. 689 del 1981, artt. 3 e 23, per non avere il giudice di merito preso in esame il motivo di opposizione, con il quale era stato dedotta l'estraneità, anche per carenza di elemento soggettivo, del RAPPOSELLI all'illecito contestatogli, non essendo egli, in ragione del suo incarico meramente tecnico ed in assenza di alcuna delega, destinatario del precetto violato.
Su tale ragione oppositiva, esposta nel ricorso di merito (v. pagg. 14, 15), il cui esame è consentito a questa Corte, in ragione dell'effettiva natura processuale della censura (la doglianza sostanzialmente deduce la violazione dell'art. 112 c.p.c., cui la L. n. 689 del 1981, art. 23, si conforma, nel prevedere l'obbligo del giudice di pronunziarsi sui motivi di opposizione), non vi è cenno alcuno nella sentenza impugnata.
Quest'ultima va, in definitiva, cassata in relazione ai motivi dei reciproci ricorsi, rispettivamente accolti, con rinvio per nuovo esame al tribunale di provenienza, in persona di diverso magistrato, cui si demanda anche il regolamento delle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte:
Riuniti i ricorsi, accoglie il primo motivo di quello principale, ne dichiara assorbito il secondo, rigetta il primo motivo del ricorso incidentale e ne accoglie il secondo;cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia, anche per la pronunzia sulle spese del presente giudiziosi Tribunale di Venezia, in persona di diverso magistrato.
Così deciso in Roma, il 8 ottobre 2008. Depositato in Cancelleria il 26 novembre 2008


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