massime 
 Corte di Cassazione
Sez. 1, Sentenza n. 22441 del 22 ottobre 2009
Presidente: Vitrone U.  Estensore: Piccininni C.  Relatore: Piccininni C.  P.M. Patrone I. (Conf.)
Editoriale Centonove Srl (Porcacchia ed altro) contro Agenzia Demanio ed altri (Avv. Gen. Stato)
(Sentenza impugnata: App. Messina, 10/11/2005)
 
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE PRIMA
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. VITRONE Ugo - Presidente -
Dott. PANEBIANCO Ugo Riccardo - Consigliere -
Dott. FORTE Fabrizio - Consigliere -
Dott. PICCININNI Carlo - Consigliere -
Dott. BERNABAI Renato - Consigliere -
ha pronunciato la seguente:

SENTENZA
sul ricorso proposto da:

Editoriale Centonove s.r.l. in persona del legale rappresentante, elettivamente domiciliata in Roma via Lima 15 presso l'avv. Porcacchia Gianguido, che con l'avv. Fazio Vittoria la rappresenta e difende giusta delega in atti;
- ricorrente -
contro
Agenzia del Demanio in persona del legale rappresentante, Ministero dei Trasporti in persona del Ministro, Assessorato Territorio ed Ambiente della Regione Sicilia in persona del legale rappresentante, domiciliati in Roma via dei Portoghesi 12, presso l'Avvocatura Generale dello Stato che li rappresenta ex lege;
- controricorrenti -
avverso la sentenza della Corte d'appello di Messina, n. 504/05 del 10.11.2005;

Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza dell'1.10.2009 dal Relatore Cons. Dott. PICCININNI Carlo;
Udito l'avv. FAZIO per il ricorrente;
Udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. PATRONE Ignazio, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto di sottomissione del 7.8.1962, in attesa del rilascio della concessione amministrativa, la Seaflight s.p.a. venne autorizzata ad occupare una zona di arenile demaniale in località Capo Peloro - villaggio Torre Faro di Messina -, nonché ad impiantare le attrezzature necessarie per lo svolgimento dell'attività cantieristica.
Successivamente (il 23.3.1978) veniva dichiarato il fallimento della Seaflight e la Capitaneria di Porto di Messina (il 9.2.1980) ingiungeva il rientro nella disponibilità dell'area e l'assunzione in consistenza delle opere inamovibili.
L'impugnazione del provvedimento davanti al TAR Catania veniva definita con l'indicazione della giurisdizione del giudice ordinario e quindi, con atto di citazione del 13.10.1984, il fallimento conveniva in giudizio davanti al Tribunale di Messina l'Assessorato Territorio e Ambiente della Regione Siciliana, il Ministero della Marina Mercantile, il Ministero delle Finanze, per sentir accertare il proprio diritto a rimuovere i capannoni a suo tempo montati dalla società poi fallita e sentirli inoltre condannare al risarcimento del danno.
I convenuti si opponevano all'accoglimento della domanda, sostenendo che le opere erano inamovibili e pertanto dovevano essere acquisite dallo Stato, assunto non condiviso dal tribunale, che riconosceva il diritto del fallimento di rimuovere i capannoni e condannava i convenuti al risarcimento del danno, determinato in L. 1000.000.000. La decisione veniva impugnata dagli originari convenuti e la Corte di Appello, modificando la decisione del primo giudice, rigettava la domanda del fallimento. In particolare la Corte territoriale rilevava che l'art. 38 c.n. consente al privato autorizzato ad occupare area demaniale, a suo rischio, di eseguire opere sul demanio marittimo in attesa del provvedimento di concessione; che l'art. 49 c.n. stabilisce che nel caso di concessione, alla scadenza, le opere non amovibili sono acquisite dallo Stato con facoltà, per questo, di ordinarne la demolizione; che la medesima ratio doveva indurre ad applicare la detta disciplina anche nel caso di una posizione di minor tutela per il privato, quale quella dell'omessa adozione del provvedimento di concessione.
Nella specie poi il consulente tecnico aveva accertato che la struttura realizzata era inamovibile, non potendo essere rimosse le mura perimetrali e le fondazioni, sicché nessuna pretesa al riguardo poteva essere avanzata dal fallimento, e per esso dalla Editoriale Centonove s.r.l. che si era costituita nel giudizio di secondo grado nella qualità di cessionaria dei diritti litigiosi del fallimento, neanche sotto il profilo risarcitorio.
Avverso la decisione l'Editoriale Centonove proponeva ricorso per cassazione affidato a tre motivi, poi ulteriormente illustrati da memoria, cui resistevano con controricorso l'Agenzia del Demanio (già Ministero dell'Economia), il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, l'Assessorato Territorio e Ambiente della Regione Sicilia. La controversia veniva quindi decisa all'esito dell'udienza pubblica dell'1.10.2009.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con i motivi di impugnazione l'Editoriale Centonove ha rispettivamente denunciato:
1) violazione degli artt. 38 e 49 c.n., art. 934 c.c. per il fatto che, diversamente da quanto stabilito nel caso di intervenuta concessione su bene demaniale, nell'ipotesi di mancato rilascio della stessa su area di cui pure era stata autorizzata l'occupazione non sarebbe prevista l'acquisizione al demanio delle opere inamovibili. In tal senso deporrebbero il letterale dato normativo e l'omessa considerazione del fatto che il mancato riconoscimento della facoltà per lo Stato di acquisire le opere realizzate nel caso di inesistenza della concessione troverebbe fondamento, in tale ipotesi, nella posizione di minor tutela del privato, cui sarebbe comunque addebitabile il costo della rimozione.
2) Insufficiente motivazione in punto inamovibilità delle opere realizzate. In tal senso avrebbero deposto il verbale di consistenza della Capitaneria di Porto di Messina dell'8.7.1976 e la consulenza tecnica svolta in primo grado, atti dai quali il giudice del gravame si sarebbe a torto discostato per "l'inamovibilità delle basi in cemento sulle quali le strutture metalliche dei capannoni erano imbullonate".
3) vizio di motivazione relativamente al mancato risarcimento del danno, derivante dall'affermata inamovibilità dei capannoni. I due motivi di ricorso (il terzo non può in realtà essere considerato tale, essendo riconducibile il mancato riconoscimento del risarcimento del danno all'affermata legittimità dell'operato della P.A., statuizione oggetto degli altri motivi di censura), che devono essere esaminati congiuntamente perché fra loro connessi, risultano infondati nei termini appresso precisati, anche se la motivazione adottata dalla Corte di Appello non può essere integralmente condivisa e va dunque modificata nel senso successivamente indicato. Occorre in proposito innanzitutto rilevare che le due ipotesi contemplate dagli artt. 38 e 49 c.n. riguardano fattispecie del tutto diverse, la prima essendo attinente ad una occupazione di fatto, seppur autorizzata, che non si inquadra in uno schema negoziale e muove viceversa dal presupposto di una semplice richiesta del privato, che pur con il consenso dell'autorità agisce a proprio rischio e pericolo; la seconda, che al contrario riguarda la disciplina delle opere non amovibili realizzate non per effetto di un'autorizzazione all'immediata occupazione, ma in ragione di una regolare e definitiva concessione. Orbene nella specie è incontestato che la P.A. non ha adottato un atto di concessione, essendosi limitata a consentire l'immediata occupazione e l'uso di beni del demanio marittimo, sicché deve trovare applicazione l'art. 38 c.n..
Ciò premesso, si rileva che le disposizioni ivi contenute, che stabiliscono per il privato una tutela minore rispetto a quella riconosciuta dall'art. 49 (disciplina che trova fondamento nel fatto che la sua posizione non è sorretta da alcun titolo convenzionale), non attribuiscono alcun diritto a favore del richiedente l'occupazione anticipata, limitandosi a precisare che l'esecuzione dei lavori necessari è a suo rischio (comma 1) e che "se la concessione è negata, il richiedente deve demolire le opere eseguite e rimettere i beni nel pristino stato" (comma 2). Da quanto sinora esposto si desume dunque che la questione relativa all'applicabilità dell'art. 38 o 49 c.n. alla fattispecie in esame è espressione di un problema mal posto, poiché nel caso di occupazione anticipata si applica incontestabilmente il primo, che nulla prevede in ordine alla destinazione delle opere realizzate (amovibili o meno), ma che al contrario stabilisce che la relativa esecuzione è a rischio del privato (al quale non è pertanto riconosciuto alcun diritto sotto tale aspetto), che deve poi ripristinare lo stato antecedente. Sotto questo riflesso quindi, alla luce della chiara formulazione della norma, la pretesa formulata dall'attore risulta priva di pregio.
In ogni modo la questione relativa al diritto di rimozione delle opere da parte dell'occupante l'area demaniale si potrebbe astrattamente configurare esclusivamente per quelle amovibili, e sempre che per effetto della rimozione non si determini una incidenza negativa sullo stato dei luoghi.
Nella specie viceversa non solo non risulta che le dette opere fossero amovibili, ma addirittura risulta il contrario, poiché la Corte di Appello, sulla base degli elaborati tecnici acquisiti, ha indicato come non amovibili le fondazioni e le murature perimetrali in mattoni pieni e cemento armato, ha giudicato quindi non amovibile la struttura nel suo complesso e ha ritenuto pregiudizievole l'eventuale permanenza sul territorio di parte della costruzione, privata per la sua parzialità di alcuna funzione, e quindi certamente in danno del demanio marittimo.
La decisione della Corte appare sul punto sufficientemente motivata (e d'altra parte il presupposto in fatto sulla cui base la Corte di appello ha espresso la propria determinazione non è stato specificamente contestato), circostanza da cui discende, conclusivamente, che il ricorso deve essere rigettato. La novità della questione trattata induce alla compensazione delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e compensa le spese del giudizio di legittimità. Così deciso in Roma, il 1 ottobre 2009.
Depositato in Cancelleria il 22 ottobre 2009


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